Chi Siamo
Dispersi della Grande Guerra nasce con l’obiettivo di restituire nome, storia e dignità ai soldati della Prima Guerra Mondiale che risultarono dispersi e alle loro famiglie, spesso rimaste per decenni senza risposte. Attraverso la raccolta e l’organizzazione di dati, testimonianze e documenti — come registri militari, Albi d’Oro, fotografie, lettere e articoli — il sito vuole facilitare la ricerca, favorire l’identificazione e valorizzare ogni ritrovamento come un gesto di memoria e rispetto. È un progetto portato avanti da appassionati e volontari, con lo scopo di conservare la memoria storica e contribuire, anche oggi, a “riportare a casa” chi non ebbe mai un ritorno.
LA NOSTRA STORIA
La letteratura del XX secolo è piena di libri, trattati e raccolte varie sulla Prima Guerra Mondiale; in particolare libri pubblicati dai racconti “vissuti” tratti cioè da diari tenuti da Ufficiali, Medici, Cappellani, semplici Soldati che scrivevano i pensieri, la quotidianità, le paure e la fame della vita in trincea, del freddo intenso ad alta quota, dei compagni morti in battaglia con eroismo o sepolti sotto le valanghe senza onore ne gloria.
Anche i prigionieri di guerra a volte sono riusciti a compilare brevi racconti delle atrocità della vita nei campi di detenzione, dei compagni morti di stenti o di malattie.
Si calcola che nell’arco dei 4 lunghi anni del conflitto vennero mobilitati oltre 5 milioni di soldati, vale a dire il 70% della popolazione maschile abile (o quasi) e che almeno 300.000 mila furono fatti prigionieri.
E dunque perché è stato creato questo sito?
Per dare una spiegazione devo ritornare indietro negli anni, precisamente al 19 novembre 2013; siamo a Frazione Zolfo di Montafia, provincia di Asti e per chi non conosce la zona, è un piccolo Comune dell’Astigiano (900 abitanti) quasi al confine con la provincia di Torino. Subito dopo il ponte sul torrente Triversa si allunga un magnifico viale alberato, decine di maestosi tigli centenari, che parte dalla Fontana Solforosa – strada provinciale nr. 10 – e attraversando l’incrocio con la strada provinciale nr. 2, sale verso il centro dell’abitato.
Dunque quel giorno, di prima mattina, il viale si è animato con mezzi da lavoro, uomini con motoseghe, trattori e nel giro di poco più di un’ora, 22 di queste maestose piante centenarie vengono abbattute senza reale motivazione “perché malate e pericolose per la circolazione” così giustificò la Provincia.
Franco Correggia (Associazione Terre, Boschi, Gente e Memorie di Castelnuovo Don Bosco) commentava così …“uno degli elementi iconemici e paesaggistici più pregevoli delle campagne astigiane era stato violentemente sventrato nel suo tratto più suggestivo. Ventidue dei tigli secolari…”
Lo scempio venne proditoriamente fermato da una signora residente in un comune limitrofo, Silvana Visconti, una ex maestra delle elementari nella scuola pubblica di Montafia, che, transitando in loco, in un impeto spontaneo si frappose fisicamente tra gli alberi e le motoseghe impedendo la prosecuzione dei lavori di abbattimento.
Con il moderno “tam-tam” dei cellulari accorsero in loco decine di cittadini indignati per lo scempio, i Carabinieri della locale Stazione ed il Sindaco; i lavori vennero bloccati, gli alberi abbattuti sottoposti a sequestro per valutarne l’effettivo stato di “salute” che ne avrebbe giustificato l’abbattimento.
«Quella di oggi è stata la peggior giornata della mia esperienza da sindaco – ha commentato Marina Conti, primo cittadino donna. I miei concittadini infuriati per gli abbattimenti che si stavano facendo verso lo Zolfo volevano a tutti i costi che si fermasse il cantiere, una decisione della Provincia», ma dopo una convulsa mattinata di discussioni, di ricevimento di cittadini indignati per il taglio e uno stretto scambio di telefonate con la Provincia, ho deciso di firmare un’ordinanza di sospensione del cantiere di abbattimento, con la richiesta specifica di non rimuovere i tronchi degli alberi abbattuti.
E non immaginava il seguito fatto di riunioni, di pareri di esperti botanici, di associazioni ambientaliste, di amministratori locali dei Comuni limitrofi, dei componenti il Gruppo Alpini di Montafia.
Da un lato la pubblica amministrazione (La provincia di Asti nella persona dell’ing. Biletta) dall’altra un gruppo di cittadini montafiesi coordinati dalla professoressa Mariavittoria Gatti.
Scontro impari: vittoria 3 a 0 a favore del “Generale Gatti.”
Sull’onda dell’indignazione cittadina i Montafiesi si trovarono uniti nel condannare l’opera di abbattimento; nacque così l’Associazione “I nostri tigli. Montafia” ma per meglio raccontare quei momenti vi rimando alla lettura del manifesto che propongo di seguito e che troverete, se vi capita di passare in questi luoghi, accanto alla Fonte Solforosa.
Dopo numerose ed insistenti ricerche presso l’Archivio Storico di Asti da parte di un’altra concittadina, Carla Boero, venne ritrovato un documento datato giugno 1926 da cui si evinceva l’autorizzazione da parte dell’allora Deputazione Provinciale di Alessandria per la piantumazione dei tigli in memoria di tanti ragazzi che la Grande Guerra si era portata via.
Il viale dovette pertanto essere riconosciuto da tutti come “Viale della Rimembranza” ed a tutti gli effetti monumento nazionale. A seguire la Regione Piemonte lo dichiarò ufficialmente di “Notevole interesse pubblico” e pertanto ulteriormente tutelato.
Non dimenticheremo anche il notevole e pieno sostegno di Legambiente, del Circolo “Valtriversa” di Villafranca d’Asti nella persona del Presidente Angelo Porta, che dal giorno dell’abbattimento e nei mesi successivi ha sempre seguito personalmente la vicenda, insieme al prezioso supporto del Prof. Marco De Vecchi Presidente dell’Osservatorio del Paesaggio per il Monferrato e l’Astigiano.
In seguito alle vicissitudini sopra descritte un’altra idea si fece strada nel consiglio direttivo dell’Associazione presieduta dalla professoressa Mariavittoria Gatti; Il 4 novembre 2018 si avvicinava ed in quella giornata si sarebbe celebrato il Centenario della fine della Grande Guerra.
Quale modo migliore di commemorare questa celebrazione se non raccogliere in un libro le memorie di quei Soldati caduti in quei lunghi anni di guerra.
Fu così che iniziarono le ricerche dei documenti personali (archivi del Comune e della Parrocchia), delle foto (dalle Sale del Consiglio Comunale) e dei luoghi lontani in cui persero la vita i Soldati di Montafia e non solo. Poiché all’epoca i comuni limitrofi di Bagnasco e Capriglio erano aggregati a Montafia in un unico consorzio, ecco quindi la decisione di inserire nel libro dei Caduti anche i Soldati di queste due frazioni (nel 1946 Capriglio tornò ad essere comune autonomo).
Nacque così “PRESENTE” che ripercorreva le storie dei caduti, storie di chi partì e morì in trincea, di chi restò a casa, madri, sorelle e giovani mogli che da sole affrontarono un’altra battaglia fatta di bambini da accudire e campi da lavorare, di soldati che andarono in guerra e tornarono a casa a raccontare l’orrore delle battaglie e della prigionia.
Mi venne dunque assegnato l’arduo compito di raccogliere tutto il materiale possibile sui Soldati deceduti, compito in cui venni affiancato dall’invidiabile ed approfondita conoscenza su vari argomenti storici dall’avvocato Emilio Lombardi e di Bruna Roffinella, nata e da sempre residente a Montafia, la mente storica sui residenti (meglio di un archivio).
E mentre stilavo quella triste lista di eroi locali mi accorgevo delle sempre più numerose citazioni alla voce “casualità” delle risultanze “disperso” oppure “scomparso”.
Durante una delle numerose riunioni per la messa a punto del libro, la vice-presidente dell’Associazione Bruna Roffinella mi disse che suo nonno materno Giuseppe Rosso, classe 1889, era stato fatto prigioniero nel 1917, deceduto in detenzione ma che non conosceva il luogo esatto dove era stato sepolto. Una visita al Sacrario di Redipuglia aveva portato a scoprire che in quel luogo erano tumulati ben 3 omonimi.
Fu in quel momento che mi venne l’idea di cercare le liste dei prigionieri di guerra, dei luoghi dove erano stati internati e soprattutto i Cimiteri stranieri dove erano stati sepolti con il sorprendente risultato di ritrovare tanti Soldati dichiarati dispersi o scomparsi ma ricordati sulle lapidi di tombe o loculi in qualche italico luogo, grandi Sacrari, Cimiteri di grandi città o piccoli e sperduti villaggi di paesi stranieri.
Apro una piccola parentesi e porto l’esempio di Lambinowice in Polonia, comune rurale fatto di un insieme di piccoli villaggi, 8 mila abitanti, storicamente noto per avere avuto campi di prigionia fin dalla guerra franco-prussiana del 1870. In quel periodo furono detenuti circa 6000 mila soldati francesi; nella prima guerra mondiale se ne contavano fino a 90.000 mila; nel totale si parla di almeno 200/300 mila prigionieri di varie nazionalità ivi transitati).
E nonno Giuseppe l’ho trovato, non a Redipuglia bensì al Cimitero di Sigmundsherberg (AU) dove nel solo 1916 vennero richiusi oltre 50.000 prigionieri italiani (avviati successivamente al lavoro forzato in campi, fabbriche e miniere).